• Il canto è dominato dall'orribile e smisurata figura di Lucifero. In un'atmosfera da incubo, in cui tace ogni apparenza di vita e gli stessi dannati sono interamente confitti nel ghiaccio in una silenziosa immobilità, si erge l'immane e mostruosa mole dello spirito del male. Tuttavia la figura di Lucifero non riesce a raggiungere un pieno valore poetico: si nota che l'idea della mole smisurata è suggerita piuttosto dall'atmosfera di tormentoso sgomento e da precisazioni approssimative, che da una rigorosa adeguata rappresentazione plastica.

  • Alza la testa dal fiero pasto, il conte Ugolino, lo pulisce con i capelli del capo di cui aveva già corrotto la nuca e inizia il truce racconto della sua storia che gli procurerà un nuovo dolore, ma getterà infamia sulla traditore che sta rodendo. È il conte Ugolino della Gerardesca, il dannato che sfoga la sua ira implacabile sull'arcivescovo Ruggieri, capo dei ghibellini di Pisa, dal quale, ingannato, fu messo in prigione e fatto morire di fame, insieme a due figli e a due nipoti.

  • Sembra spento il clamore della tuba che ha accompagnato le gesta dell'Aquila, ma tra le anime dei cieli di mercurio, da una singolare testimonianza della Santa giustizia di cui l'aquila è il simbolo solenne: Romeo da Villanova, fratello spirituale di Dante, vittime, entrambi della più fiera ingratitudine umana, personaggi anch'essi di etica grandezza nello sdegno con il quale accolsero l'immeritata condanna, nel dignitoso contegno con il quale sopportarono l'esilio e le privazioni. E il canto si conclude con l'indimenticabile lamento del giusto chiuso in una regalità che sa umiliare persecutori.

  • L'inferno è il regno dell'imprevisto, del caotico, del violento, del bestiale. Chi, per la prima volta, segue Dante nel suo inusuale viaggio sotterraneo, rimarrà, forse, impressionato dinanzi al popolo infinito dei dannati, che vive nell'immensa voragine un'eternità di pene e, soprattutto, dalla varietà altrettanto infinita, con cui viene esercitata la giustizia di Dio.

  • La tragedia dell'amore-passione, che è il significato poetico dell'episodio di Francesca, ha quest'unica pagina nel poema di Dante, il quale scopre per un istante e mostra nella sua forza indomabile e travolgente quell'ebbrezza dei sensi della fantasia, e non rimuove più il velo che vi si stende sopra.

  • La materia di questo canto ha inizio con una lunga similitudine che mira a rendere più chiara l'idea del orribile spettacolo dei dannati affetti da malattie che li fanno soffrire e li deturpano. L'impressione dell'orrido si attenua però, quando l'attenzione del poeta si concentra su due dannati che, appoggiati l'uno all'altro come due figlie, si grattano freneticamente come un mozzo di stalla o un servo che abbiano fretta di compiere il loro lavoro di striglia. E anche se uno dei due parla e piange, domina in questa seconda parte del canto un senso di grottesco.

  • Sempre nella decima bolgia, i falsari di persona corrono come invasati, addentando rabbiosamente i compagni di pena; la loro furia è paragonata a quella di Atamante che, reso folle da Giunone, ucciso il piccolo Learco, suo figlio, sbattendolo contro un sasso, inseguì anche sua moglie, Ino, la quale si gettò in mare con un altro bambino, Melicerta, e con lui annegò.

  • Lasciata la 10ª bolgia, i poeti voltano verso il centro dove emerge il muraglione del pozzo dei giganti; una luce fioca, che non è tenebra notturna, ma nemmeno luce diurna, consente all'orecchio di spingersi un po' avanti; risuona, più fortemente del tuono, un corno, e Dante pensa alla famosa rotta di Roncisvalle, quando il morente paladino Orlando, col suo olifante, pensò di avvertire al di là dei Pirenei, l'imperatore Carlo Magno, dell'imboscata tesa dai Mori, per il tradimento di Gano di Maganza.

  • Nessun particolare personaggio salta all'attenzione del canto: anche quelli che intervengono direttamente, come Maometto, o quelli che sono presentati da altri, come Alì, servono a rendere più orrido il quadro d'insieme che Dante vuole offrire al lettore. In effetti l'elemento artistico dominante proprio la rappresentazione dell'orribile, anticipata da un lungo paragone ed è seguita poi con l'accenno a taluni particolari e con l'uso di immagini ributtevoli. Si spiega la cura del poeta nell'assegnare a questa categoria di dannati una tale pena, se si considera quanto gravi foreste, anche per esperienza personale, Dante giudicasse le conseguenze della loro azione.

  • Una giovane marchesina dai capelli rossi, Sierva María de Todos los Ángeles, nel giorno del suo dodicesimo compleanno, viene morsa da un cane rabbioso mentre accompagnava una serva al mercato. Il fatto passa inosservato ai genitori...

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