• A 35 anni, smarrito nella selva del peccato, dopo una notte di dolore di crisi disperata, Dante senza riuscirne, per ritrovare la via della salvezza: la selva immagine della dannazione. Vi era caduto quando la sua mente si era intorbidita del sonno, sono simbolico indicante il vizio che aveva già fiaccato le resistenze dello spirito.

  • Dopo la descrizione del paesaggio, descrizione che solo accennata, poiché non è fine a se stessa, ma serve di commento lo stato d'animo del poeta, Dante invoca le Muse, divine ispiratrici di poesia, ma avverte che la più profonda ispirazione deve attingerla dall'altezza del suo ingegno. Viene poi rappresentato in versi pensosi e tormentati, lo sgomento del poeta, che si ritiene indegno di compiere il viaggio attraverso i regni ultra mondani; ma tale sgomento succede, luminosa, la speranza, fatta subentrare nell'animo di Dante dalle parole di Virgilio, che descrive la figura di Beatrice in tutto il suo sfolgorante splendore, illuminato umanamente da quella lacrima che brilla nei suoi occhi. Il tono generale del canto riflessivo e appesantito da alcuni residui allegorici.

  • Ciò che appare evidente, inoltre, in questo canto e la forza morale palesata ancora una volta da Dante, il quale non senza alcuna pietà, ma solo disprezzo per chi, timoroso di qualsiasi responsabilità, non è degno di essere neppure considerato come uomo, in quanto viene a respingere le caratteristiche specifiche dell'uomo stesso: la volontà è l'amore, che come diceva fra giordano da Rivalta, sono una cosa sola: l'amore viene dalla volontà non può essere senza volontà né volontà senza amore.

  • L'inferno è formato da 34 canti, di cui il primo serve dell'introduzione generale all'intero poema; sono 4720 versi endecasillabi, raggruppati medicamenti in terzine ritmate in modo che in ciascuna terzina il secondo verso determina la rima del primo del terzo verso della terzina seguente. Per il più vivo realismo e per la dialettica interna dell'eticità umana, che tende nel primo regno dell'oltretomba dantesco di evidenziare le conseguenze delle forze brute incontrollabili dell'individuo, l'inferno è costruito sull'etica aristotelica.

  • L'ossatura culturale della commedia rivela evidenti rapporti con i principi astronomici, scientifici, filosofici e teologici dell'epoca in cui visse il suo autore. Bisogna comunque riconoscere che il sistema tolemaico, frequentemente ritornante in tutto l'arco del poema sacro, i principi di una scienza spesso empirica, che muoveva i suoi passi tra incomprensioni, pregiudizi e resistenze, la speculazione filosofica necessariamente condizionata alle verità trascendentali della religione cristiana, presuppongono la poesia, non ne costituiscono il substrato.

  • Muse e Apollo potrebbero rappresentare la capacità espressiva e l'abilità tecnica, l'ispirazione profonda che deve essere alla base di un altissimo canto. Se si considera poi che il medioevo ha dell'arte una concezione non edonistica, come il Rinascimento, ma moralistica, si chiarisce perfettamente che per Dante la poesia è l'arte non sono un gioco, trastullo, diretto, ma hanno un'attività buona, moralizzatrice, civilizzatrice. In quest'ottica si potrebbe inserire il senso dell'invocazione alle Muse e ad Apollo e quindi Marsia e le piche: queste ultime rappresenterebbero chi fa dell'arte un diletto fine a se stesso, le Muse e da Apollo incarnerebbero l'approccio aulico all'arte, quale strumento moralizzatore, quale bello utile e buono.

  • Il Paradiso di Dante è Solare. Solare e non solo nel senso specifico che riporta l'elemento luce, ma nel senso largo è pieno che implica un modo di essere: non un senso naturalistico, ma in un senso interiore spirituale di rivelazione e folgorazione è di origine religiosa. La luce, prima ancora che visione spettacolo, è uno stato d'animo. Pare anche che il suo spirito il suo corpo siano pieni di una luce ultraterrena, e l'altra fantasia tende a costruire un trascendente mondo solare. Mondo solare che significa insieme il mondo di luce, di ardore, di forza, di sereno impeto, di tripudio, di trionfo, di gloria, di maestà, di sovreminenza, di vertiginosa altezza, di astrale lontananza, ed ancora altro…

  • La coscienza di Zeno è il terzo romanzo di Italo Svevo, scritto dal 1919 al 1922 e pubblicato nel 1923, dopo il lungo silenzio letterario dell’autore. Raggiunge il successo nazionale e internazionale grazie a Eugenio Montale, che in un articolo del 1925 tesse le lodi del romanzo, e a James Joyce, amico di Svevo, che fa conoscereil romanzo in Francia.

  • Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469 da una famiglia che aveva conservato la nobiltà della stirpe, ma non l’agiatezza. Le preoccupazioni finanziarie, tuttavia, non impedirono che il giovane ricevesse una buona educazione, della quale, però, non abbiamo sicure indicazioni.

  • Silvestro, l’io narrante, si trova, a trent'anni, quasi per caso, su un treno che lo riporta nella natia Sicilia, da cui era partito quindici anni prima. Durante il viaggio incontra personaggi che sono insieme simbolici e reali. Scopre che i genitori hanno preso la decisione di separarsi. «Tuo padre era un vigliacco - dice Concezione - non sapeva che piangere e recitare poesie alle altre donne». La madre, per vivere, pratica iniezioni a domicilio.

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