• Già Dante aveva ascoltato, nell'inferno e nel Purgatorio, altre tre predizioni sul suo avvenire e però non tutte chiare ed esplicite. Nel paradiso, invece, Cacciaguida , suo trisavolo, gli preannunzia con chiarezza l'esilio, nonché tutti i dolori e le amarezze che in esso dovrà provare. La diabolica astuzia di papa Bonifacio riuscirà ad anticipare l'esilio, trattenendo Dante lontano da Firenze, e a consentirgli ipocritamente -e sadicamente - l'impossibile ritorno in patria, dopo il bando....

  • È utile per un'adeguata critica conoscere il vario bagaglio tecnico culturale affluito nell'immenso mondo della poesia dantesca, ma questo lavoro di paziente ricerca ha il solo scopo di comprendere quella poesia e va sempre rapportato, comunque, alla mirabile espressione artistica che reca impressa la grande orma del suo creatore. Ciò che qui ci interessa è individuare il riuscito rapporto di coesistenza tra dottrina e poesia, cercando di determinare se nel poema di Dante e si sta unità tra le cosiddette parti strutturali e quelle schiettamente poetica...

  • I dannati, pur essendo ormai ridotti allo stato di ombre, conservano la loro primitiva umanità, fatta di passionalità, di trivialità di linguaggio e di brutalità di atteggiamenti, ma anche di malinconico abbandono spirituale. Il mondo, nel sospiroso ricordo delle anime infernali, rivive così come un paradiso terrestre, un’oasi di alti ideali di gioia e di felicità a cui agognano col pensiero.

  • Pier della Vigna dimostra in questo CANTO un senso della giustizia che supera i propri interessi e forse per assurdo la verità delle cose, assumendo così una nobiltà d'animo ed una fierezza forse più unica che rara nell'inferno e forse non adeguatamente riconosciuta dalla critica. La presenza di un vivo nel regno dei morti gli darà la tanto agognata occasione di riscatto, così affida a Dante l'accorato messaggio nella speranza che alla fama, che renderà immortale il genio poetico di quell'insolito visitatore, partecipi con un po' di gloria anche la sua memoria: “…che giace ancor del colpo che ‘nvidia le diede”.

  • L'insegnamento di questo canto non è nella vana speranza che le cose cambino, e nemmeno la critica sterile di un sistema corrotto: questo canto invita ognuno di noi a fare come gli esempi nobili di chi ci ha preceduto, l'esempio di chi ha posto il proprio ingegno a fare il bene, un bene concreto, il bene civile. In fin dei conti, non c'è colpa abbastanza personale, intima e privata, che non riguardi tutti, non c'è colpa che, per quanto possa sembrare eticamente accettabile, smetta di essere colpa: Ciacco, goloso, ne è l’esempio.

  • Farinata, come uno dei capi della fazione avversa Firenze guelfa, è stato, senza dubbio, responsabile delle sciagure e di lutti abbattutisi sulla patria all'indomani dell'infausta giornata di Montaperti, che vide “L’Arbia colorata in rosso”. Quell'esecrabile scempio, però, che i fiorentini non riescono a dimenticare, fu un'azione politica attuata in difesa di un ideale contro avversari in armi, per una causa creduta giusta e santa. Firenze si rivela quindi doppiamente ingrata verso i suoi migliori figli che, in cambio di essi e di persecuzioni, le hanno donato salvezza e di immortalità: Farinata e Dante, rivali in politica, hanno caratteri fieri, leali e sono assetati di giustizia e sono insieme nell'unico sublime amor di patria.

  • Un eccellente strumento di lavoro per approcciarsi allo studio e all'analisi del Purgatorio Dantesco: l'indice di tutti i personaggi di questa straordinaria opera.

  • Il canto è dominato dall'orribile e smisurata figura di Lucifero. In un'atmosfera da incubo, in cui tace ogni apparenza di vita e gli stessi dannati sono interamente confitti nel ghiaccio in una silenziosa immobilità, si erge l'immane e mostruosa mole dello spirito del male. Tuttavia la figura di Lucifero non riesce a raggiungere un pieno valore poetico: si nota che l'idea della mole smisurata è suggerita piuttosto dall'atmosfera di tormentoso sgomento e da precisazioni approssimative, che da una rigorosa adeguata rappresentazione plastica.

  • Alza la testa dal fiero pasto, il conte Ugolino, lo pulisce con i capelli del capo di cui aveva già corrotto la nuca e inizia il truce racconto della sua storia che gli procurerà un nuovo dolore, ma getterà infamia sulla traditore che sta rodendo. È il conte Ugolino della Gerardesca, il dannato che sfoga la sua ira implacabile sull'arcivescovo Ruggieri, capo dei ghibellini di Pisa, dal quale, ingannato, fu messo in prigione e fatto morire di fame, insieme a due figli e a due nipoti.

  • L'inferno è il regno dell'imprevisto, del caotico, del violento, del bestiale. Chi, per la prima volta, segue Dante nel suo inusuale viaggio sotterraneo, rimarrà, forse, impressionato dinanzi al popolo infinito dei dannati, che vive nell'immensa voragine un'eternità di pene e, soprattutto, dalla varietà altrettanto infinita, con cui viene esercitata la giustizia di Dio.

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