• I dannati, pur essendo ormai ridotti allo stato di ombre, conservano la loro primitiva umanità, fatta di passionalità, di trivialità di linguaggio e di brutalità di atteggiamenti, ma anche di malinconico abbandono spirituale. Il mondo, nel sospiroso ricordo delle anime infernali, rivive così come un paradiso terrestre, un’oasi di alti ideali di gioia e di felicità a cui agognano col pensiero.

  • Pier della Vigna dimostra in questo CANTO un senso della giustizia che supera i propri interessi e forse per assurdo la verità delle cose, assumendo così una nobiltà d'animo ed una fierezza forse più unica che rara nell'inferno e forse non adeguatamente riconosciuta dalla critica. La presenza di un vivo nel regno dei morti gli darà la tanto agognata occasione di riscatto, così affida a Dante l'accorato messaggio nella speranza che alla fama, che renderà immortale il genio poetico di quell'insolito visitatore, partecipi con un po' di gloria anche la sua memoria: “…che giace ancor del colpo che ‘nvidia le diede”.

  • Farinata, come uno dei capi della fazione avversa Firenze guelfa, è stato, senza dubbio, responsabile delle sciagure e di lutti abbattutisi sulla patria all'indomani dell'infausta giornata di Montaperti, che vide “L’Arbia colorata in rosso”. Quell'esecrabile scempio, però, che i fiorentini non riescono a dimenticare, fu un'azione politica attuata in difesa di un ideale contro avversari in armi, per una causa creduta giusta e santa. Firenze si rivela quindi doppiamente ingrata verso i suoi migliori figli che, in cambio di essi e di persecuzioni, le hanno donato salvezza e di immortalità: Farinata e Dante, rivali in politica, hanno caratteri fieri, leali e sono assetati di giustizia e sono insieme nell'unico sublime amor di patria.

  • Il canto è dominato dall'orribile e smisurata figura di Lucifero. In un'atmosfera da incubo, in cui tace ogni apparenza di vita e gli stessi dannati sono interamente confitti nel ghiaccio in una silenziosa immobilità, si erge l'immane e mostruosa mole dello spirito del male. Tuttavia la figura di Lucifero non riesce a raggiungere un pieno valore poetico: si nota che l'idea della mole smisurata è suggerita piuttosto dall'atmosfera di tormentoso sgomento e da precisazioni approssimative, che da una rigorosa adeguata rappresentazione plastica.

  • Alza la testa dal fiero pasto, il conte Ugolino, lo pulisce con i capelli del capo di cui aveva già corrotto la nuca e inizia il truce racconto della sua storia che gli procurerà un nuovo dolore, ma getterà infamia sulla traditore che sta rodendo. È il conte Ugolino della Gerardesca, il dannato che sfoga la sua ira implacabile sull'arcivescovo Ruggieri, capo dei ghibellini di Pisa, dal quale, ingannato, fu messo in prigione e fatto morire di fame, insieme a due figli e a due nipoti.

  • L'inferno è il regno dell'imprevisto, del caotico, del violento, del bestiale. Chi, per la prima volta, segue Dante nel suo inusuale viaggio sotterraneo, rimarrà, forse, impressionato dinanzi al popolo infinito dei dannati, che vive nell'immensa voragine un'eternità di pene e, soprattutto, dalla varietà altrettanto infinita, con cui viene esercitata la giustizia di Dio.

  • La materia di questo canto ha inizio con una lunga similitudine che mira a rendere più chiara l'idea del orribile spettacolo dei dannati affetti da malattie che li fanno soffrire e li deturpano. L'impressione dell'orrido si attenua però, quando l'attenzione del poeta si concentra su due dannati che, appoggiati l'uno all'altro come due figlie, si grattano freneticamente come un mozzo di stalla o un servo che abbiano fretta di compiere il loro lavoro di striglia. E anche se uno dei due parla e piange, domina in questa seconda parte del canto un senso di grottesco.

  • Lasciata la 10ª bolgia, i poeti voltano verso il centro dove emerge il muraglione del pozzo dei giganti; una luce fioca, che non è tenebra notturna, ma nemmeno luce diurna, consente all'orecchio di spingersi un po' avanti; risuona, più fortemente del tuono, un corno, e Dante pensa alla famosa rotta di Roncisvalle, quando il morente paladino Orlando, col suo olifante, pensò di avvertire al di là dei Pirenei, l'imperatore Carlo Magno, dell'imboscata tesa dai Mori, per il tradimento di Gano di Maganza.

  • Nessun particolare personaggio salta all'attenzione del canto: anche quelli che intervengono direttamente, come Maometto, o quelli che sono presentati da altri, come Alì, servono a rendere più orrido il quadro d'insieme che Dante vuole offrire al lettore. In effetti l'elemento artistico dominante proprio la rappresentazione dell'orribile, anticipata da un lungo paragone ed è seguita poi con l'accenno a taluni particolari e con l'uso di immagini ributtevoli. Si spiega la cura del poeta nell'assegnare a questa categoria di dannati una tale pena, se si considera quanto gravi foreste, anche per esperienza personale, Dante giudicasse le conseguenze della loro azione.

  • In quella parte dell'anno da poco iniziato, in cui il sole rafforza i suoi raggi sotto l'Acquario, e presso le notti si dileguano alla metà del giorno, quando la brina ricoprendo il terreno riproduce l'immagine della neve, sua bianca sorella, mala a tempera della sua penna resiste poco; il villanello a cui manca il necessario, si solleva e guarda, e vede tutta la campagna biancheggiare, per cui si percuote l'anca e ritorna in casa, aggirandosi in essa e lamentandosi, come il tapino che non sa come fare; poi torna, e accoglie di nuovo la speranza vedendo il mondo in poco tempo aver cambiato aspetto e prende il suo incastro e spinge al pascolo le pecorelle.

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